Il Purgatorio all’oratorio di San Vincenzo

Sul monte che si leva più da l’onda

Il Purgatorio all’oratorio di San Vincenzo

di Paolo Zoboli

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È opinione diffusissima che l’Inferno sia «più bello» del Purgatorio e del Paradiso: con la conseguenza che la prima cantica è generalmente più letta, più studiata e più amata delle altre due. Francamente ci permettiamo di dissentire da questa opinione, considerando innanzitutto che la Commedia è davvero un organismo uno e trino, dunque difficilmente smembrabile; ma poi, se l’Inferno è certo di una potenza e di una drammaticità ineguagliabili, le due parti successive del poema hanno caratteristiche tali che le rendono per aspetti diversi anch’esse ineguagliabili.

L’Inferno è immerso «ne le tenebre etterne», squarciate solo dai tragici bagliori delle fiamme; il Paradiso sarà solo luce e musica ineffabili; il Purgatorio vede l’alternarsi del giorno e della notte, e ci offre infatti albe indimenticabili, a cominciare dalla prima: «Dolce color d’orïental zaffiro, / che s’accoglieva nel sereno aspetto del mezzo, / puro infino al primo giro…»; e indimenticabili tramonti: «Era già l’ora che volge il disio / ai navicanti…» La tonalità dominante è quella della malinconia di chi, già salvo, attende però ancora di poter vedere Dio, e chiede insistentemente le preghiere dei vivi per affrettare il momento, tanto atteso, di salire a le «superne rote». Una vera e propria liturgia ordina il monte del Purgatorio – che si leva altissimo e solitario nell’emisfero delle acque – e le sue sette cornici, in ciascuna delle quali si purifica la tendenza a un peccato capitale: agli esempi della virtù contraria a ciascuno dei peccati seguono le preghiere delle anime purganti (il Padre nostro per i superbi, l’Agnus Dei per gli iracondi…), gli esempi del peccato punito e la appropriata beatitudine proclamata dall’angelo all’uscita dalla cornice.

La lettura per brani della cantica che proporremo venerdì 31 (ore 21) all’interno dell’antico oratorio di San Vincenzo, splendido nella purissima semplicità delle sue linee, e – tramite amplificazione – nel prato antistante, sarà naturalmente aperta dal proemio, che annuncia la navigazione in «miglior acque», e dall’incantata alba sulla spiaggia del Purgatorio (canto I). Seguirà l’incontro, fra i morti scomunicati dell’Antipurgatorio, con Manfredi, figlio dell’imperatore Federico II: «Biondo era e bello e di gentile aspetto…» (canto III). Dal canto V (i morti di morte violenta pentiti in fin di vita, anch’essi nell’Antipurgatorio), un superbo trittico: Iacopo del Cassero che, sorpreso dai sicari degli Estensi, in una palude vede «de le sue vene farsi in terra laco»; Bonconte da Montefeltro, che muore nella battaglia di Campaldino pentendosi in extremis, così che un angelo salva la sua anima mentre un diavolo, per vendetta, fa strazio del suo corpo scatenando una tremenda tempesta che lo travolge nell’Arno; e infine la gentilissima Pia, che solo allude, con malinconica delicatezza, al marito responsabile della sua morte.

Il tramonto che apre il canto VIII («Era già l’ora…») introduce una seconda galleria di ritratti, questa volta di anime del Purgatorio vero e proprio: fra i superbi della prima cornice (canto XI), troviamo Oderisi da Gubbio e Provenzan Salvani, in una grande meditazione sulla vanità della gloria terrena, introdotta da una solenne trascrizione dantesca del Padre nostro; fra gl’iracondi della terza cornice, immersi nel fumo (canto XVI), Marco Lombardo affronta le questioni centrali della Commedia, ovvero il problema del libero arbitrio e della responsabilità umana, e soprattutto il contenuto ultimo della ‘profezia’ dantesca: l’ Imperatore, che non esercita il suo potere temporale, e il Papa, che cerca di appropriarsene, contravvenendo al piano di Dio stanno conducendo il mondo alla rovina; infine, tra i golosi della sesta cornice (canto XXIV), il poeta Bonagiunta da Lucca riconosce in Dante l’iniziatore del ‘dolce stil novo’.

Siamo giunti alla conclusione: nel canto XXX il doloroso addio a Virgilio e l’abbagliante apparizione di Beatrice tra una nuvola di fiori e tra il canto degli angeli preludono alla purificazione finale nelle acque del Letè (canto XXXIII): «Io ritornai da la santissima onda / rifatto sí come piante novelle / rinovellate di novella fronda, / puro e disposto a salire a le stelle».

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Marco Giani ha pensato, per evocare le rarefatte e luminose atmosfere del Purgatorio, e per accompagnarne le letture (sempre affidate alla voce di chi qui scrive), a un trio di clarinetti che vedrà impegnati, oltre che lui stesso, Giuseppe Cultraro e Andrea Genoni: i tre musicisti, singolarmente impegnati in collaborazioni con importanti orchestre italiane (Orchestra «I Pomeriggi Musicali di Milano», Filarmonica della Scala, Orchestra RAI di Torino…), si uniranno per eseguire un repertorio principalmente classico che possa evidenziare le potenzialità timbriche, dinamiche ed espressive del clarinetto: verranno eseguiti innanzitutto alcuni Divertimenti di Mozart, ma anche brani, sempre per tre clarinetti, di Hummel, Corelli, Weigl e Bach.

 

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