Il Giorno del Ricordo

Giovedì 7  febbraio, alle ore 18 nella Sala Varalli del nostro Comune, si ricorderà la tragedia delle foibe con una conferenza organizzata dall’ Assessorato alla Cultura nell’occasione della “Giornata del Ricordo” (il 10 febbraio), istituita nel 1994 e riguarda i tristi avvenimenti  che colpirono cittadini italiani  abitanti in Venezia Giulia, Istria, Fiume e Dalmazia nella alla fine della Seconda Guerra Mondiale.
Relatore sarà il dott. Lorenzo Salimbeni, triestino, esperto di geopolitica, presidente del Comitato Scientifico “10 Febbraio” e del CeSEM – Centro Studi Eurasia Mediterraneo e redattore per Eurasia (rivista di studi geopolitici).

La questione delle Foibe e dell’Esodo di quelle zone che nel Secondo Conflitto toccarono territori che divennero oggetto di interesse tra l’Italia e la Jugoslavia e quindi zone di guerra, ha cause che, riportiamo le parole dello stesso Salimbeni: “vanno cercate a ritroso nel tempo e senza dubbio grandi sono state le responsabilità dell’Italia (non solo fascista, ma anche della precedente epoca liberale) nel rapportarsi con le comunità slovene e croate che al termine della Grande Guerra si sono trovate all’interno dei confini del Regno d’Italia. Lo sbocco al mare garantito da Trieste, l’Istria, Fiume e la Dalmazia fu uno degli obiettivi prioritari del nascente nazionalismo slavo. La precedente situazione di equilibrio sociale (campagne a maggioranza slava, città costiere prettamente italiane) venne alterata dalla presenza invasiva dello Stato fascista con le sue strutture e sovrastrutture, sicché le componenti più accese del nazionalismo slavo avviarono un primo embrione di lotta clandestina già negli anni Venti e Trenta, ancorché destinata ad essere duramente repressa.
Lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale e l’invasione della Jugoslavia da parte dell’Italia e dei suoi alleati dell’Asse portarono ad un livello ancora maggiore le contrapposizioni, poiché le cellule nazionaliste slave trovarono nuova linfa nel supporto che ricevevano dalle formazioni partigiane attive nella madrepatria, le quali sotto la guida di Tito coprivano con il velo del comunismo una forma di nazionalismo panslavo che in realtà diventava la sommatoria dei singoli nazionalismi (sloveno, croato e, benché ridimensionato, serbo). Le occupazioni militari italiane in territorio ex jugoslavo dall’aprile 1941 in poi fecero scoprire alle unità combattenti quanto fosse spietata la lotta partigiana e quanto i civili stessi venissero travolti dalle contrapposizioni fra le fazioni che erano finalmente emerse all’interno della dissolta compagine jugoslava (cattolici croati contro ortodossi serbi, comunisti contro cattolici in Slovenia, partigiani contro collaborazionisti, comunisti contro nazionalisti cetnici, federalisti contro indipendentisti in Montenegro, albanesi contro serbi in Kosovo, croati contro ebrei e zingari, ortodossi contro musulmani).
L’8 settembre 1943 segnò il tracollo dello Stato italiano e la dissoluzione delle sue Forze Armate: probabilmente le regioni del confine orientale furono quelle che vissero nella maniera peggiore quelle terribili giornate. Non trovando più un esercito che li contrastasse o una forza pubblica che li domasse, i nuclei partigiani attivi nell’entroterra istriano e triestino si scatenarono nei confronti dei simboli dell’italianità, andando a colpire nelle località più isolate personaggi implicati con l’ex regime, ma anche semplici funzionari statali proprio in quanto simbolo delle istituzioni italiane. Cosa ancor più grave, le stragi ed i rapimenti di persone riguardarono non solo coloro che erano stati aprioristicamente considerati colpevoli, ma anche le loro famiglie: Norma Cossetto, giovane studentessa di Lettere ed ormai assurta praticamente a simbolo di queste efferatezze, è stata, in quanto figlia di un piccolo gerarca fascista di un paesino dell’Istria interna, rapita, violentata e scaraventata in una foiba (una delle cavità di origine naturale che costellano l’Istria ed il Carso e che vennero usate per gettarvi appunto molte delle vittime di questi eccidi, spesso ancora in vita).Il Trattato di Pace sottoscritto dall’Italia il 10 febbraio 1947 sancì la definizione del nuovo confine orientale, con Gorizia mutilata del suo entroterra, Trieste ridotta ai minimi termini della sua provincia ed ancora Territorio Libero spartito in una Zona A con un Governo Militare Alleato ed una Zona B sotto amministrazione militare jugoslava, l’Istria, Fiume e la Dalmazia annesse alla Jugoslavia. Spaventati da quanto patito nei mesi precedenti ed avendo visto il clima oppressivo instaurato dalla Jugoslavia al suo interno, centinaia di migliaia di italiani intrapresero la mesta via dell’esodo: si trattava di semplici civili, intere famiglie, gente radicata da generazioni in quelle terre, non più di gerarchi o personaggi compromessi politicamente, giacché di costoro era stata già fatta selvaggiamente piazza pulita. Trieste divenne una delle prime tappe nell’esilio di questi disperati, sicché la situazione confusa e priva di sbocchi occupazionali portò a sua volta migliaia di triestini a scegliere di emigrare. Gli istriani, fiumani e dalmati, che trovarono ricovero nei Campi Profughi ai limiti della decenza igienico-sanitaria allestiti in vecchie caserme disseminate nella penisola italiana, vi giunsero dopo aver attraversato porti e stazioni ferroviarie in cui picchetti di militanti comunisti li accoglievano a sputi e insulti poiché li consideravano alla stregua di fascisti in fuga dai paradisi del socialismo reale. Ed è per onorare le tragedie vissute da queste persone, da questi nostri connazionali, che è stato istituito il Giorno del Ricordo“.

 

 

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Pubblicata il by RossanaGir8 Caricata in Notizie

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