Disco Rituale PI

Un gioiello antico quanto l’Uomo

Disco PI in giada nefritica bruna/verde.

L’oggetto più classico tra i monili cinesi, che dal neolitico fino ad oggi ha mantenuto la sua forma identica di base, è il disco (rituale) PI. Consiste in un disco a largo foro centrale e rappresenta il Cielo secondo un culto solare derivato da antichissime credenze pseudoreligiose di popolazioni nomadi dell’Asia Centrale, anteriori forse al primo nucleo di civiltà sociale della Cina stessa.
E’ evidente che il cielo, dispensatore di piogge fertilizzanti e di calore che fa maturare le messi, presso tutti i popoli primitivi fu la divinità massima per eccellenza. Poiché non sempre è clemente e può alternativamente negare l’acqua per troppo tempo o rovesciarne cateratte rovinose e dimostrare il suo cruccio con tuoni e fulmini, è arguibile che un istintivo culto di adorazione e supplica abbia creato una prima forma religiosa.

I grandiosi fenomeni naturali sfuggivano alla comprensione delle menti semplici dei popoli arcaici ed in ogni luogo provocarono la selezione di alcuni individui che apparivano dotati della facoltà di poter essere intermediari fra la divinità occulta Cielo ed i comuni mortali.
Questi primi sacerdoti sciamani crearono la simbolistica, cioè la rappresentazione plastica materiale dell’oggetto del culto, perché questo fosse più sentito dalla massa.

Per fare il foro circolare ricorrevano ad una sezione di bambù la cui estremità era tagliata a sghembo e affilata con pietre, oppure ad un tubo ricavato da un osso di animale. Questo tubo veniva fatto ruotare mediante una cordicella avvolta attorno e mantenuta tesa da un archetto di legno. Il va e vieni dell’archetto imprimeva un movimento rotatorio al tubo cavo.

Con il passaggio all’età del bronzo e del ferro, le stecche di bambù vennero sostituite da asticciole metalliche. Però il sistema generale di lavorazione rimase inalterato ed è facile immaginare quanto tempo fosse necessario per compiere l’opera. Le leggende parlano di un meraviglioso coltello chiamato K’un Wu che tagliava la giada come se fosse creta. Probabilmente si trattava di un ferro che recava incastrata all’estremità una punta di corindone.

L’arte di lavorare la giada era un segreto mantenuto da poche famiglie che se lo trasmettevano da padre in figlio; anche il veicolo untuoso che serviva fino ad una cinquantina di anni fa ad amalgamare la polvere abrasiva, era oggetto di antiche dicerie. Naturalmente è sempre stato grasso di montone o maiale fuso e reso unguento simile allo strutto, ma una leggenda popolare afferma che fosse grasso di rospo ucciso in tempi e modi ben precisi.
Questo connubio “rospo-giada”, cioè di un animale che in genere desta tra i popoli occidentali una certa ripugnanza, con una materia bella e preziosa può destare stupore a chi ignora la complessa mitologia taoista. Il rospo era considerato anzitutto come un prezioso barometro annunciatore della pioggia, ed in una civiltà nettamente agricola questo era un fattore di primaria importanza.

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Pubblicata il by RossanaGir8 Caricata in Minerali e Pietre

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